“Sappiamo quanti si sono mobilitati dopo la tragica morte di Abderrahim Fakir e quanto profonde siano state le conseguenze che ne sono derivate. Ma se pensiamo ai minuti che sono trascorsi prima dell’intervento della polizia, sappiamo che Fakir ha manifestato per un tempo significativo un evidente stato di sofferenza, perché se i presenti hanno riconosciuto il disagio non si sono mossi quando era ancora possibile aiutarlo? Forse questa vicenda ci porta anche a chiederci se, persino nel quartiere Pilastro e all’interno di quella comunità che il sindaco Lepore ha descritto come coesa e unita, non esistano le stesse paure e diffidenze presenti nel resto della città. Parliamoci chiaro: un uomo in quelle condizioni non si lascia solo. Di testimoni ce ne sono stati molti. Quello che, per quanto finora emerso, sembra essere mancato sono i testimoni attivi, persone che abbiano provato ad aiutarlo invece di limitarsi ad assistere alla scena o a filmarla”. Questa la riflessione di Alberto Zanni, candidato sindaco con Una Nuova Bologna, a commento dei nuovi filmati acquisiti dalla Procura.
“Dopo la tragedia abbiamo visto migliaia di persone scendere in piazza chiedendo verità e giustizia, credo che una comunità dovrebbe mobilitarsi anche prima, quando una persona è ancora viva e può essere aiutata. Dovremmo imparare a intervenire prima quando ancora possiamo aiutare e fare la differenza, invece sempre più spesso quelli che si voltano dall’altra parte quando potrebbero fare la differenza sono i primi ad accusare chi invece agisce nelle stesse situazioni”, continua Zanni. “Le ricostruzioni giornalistiche raccontano che Abderrahim Fakir si trovava da tempo in evidente stato di alterazione. Urlava, si dimenava, colpiva le porte dei garage e manifestava un profondo stato di sofferenza. Dalle immagini e dagli elementi finora resi pubblici emerge che la situazione si è protratta per un periodo significativo prima dell’intervento degli agenti. Allo stato delle informazioni disponibili, non risulta che, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, qualcuno abbia provato a fermarlo, tranquillizzarlo o convincerlo a desistere. Mi domando – prosegue Zanni – se, prima dell’arrivo della polizia, qualcuno abbia cercato concretamente di aiutare Fakir. Non voglio attribuire responsabilità che spetterà eventualmente alle indagini chiarire, ma questa domanda credo sia doverosa: perché, mentre un uomo era in evidente stato di sofferenza, nessuno, per quanto risulta finora, ha provato a evitare che la situazione degenerasse?”
“E’ chiaro che quando arrivano polizia e soccorritori sono loro a operare ed è giusto che nessuno intralci il loro intervento. È così che funziona in uno Stato di diritto. Ma prima dell’arrivo delle istituzioni esiste anche una responsabilità civile e comunitaria: quella di non voltarsi dall’altra parte quando una persona manifesta un evidente stato di sofferenza e agitazione, magari un intervento solidale avrebbe evitato anche di chiamare la polizia. Sarebbe bello che le persone imparassero a manifestare la propria solidarietà e il proprio aiuto quando possono ancora fare la differenza, non dopo le tragedie”.
Comunicato stampa 24/07/2026

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